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La scarsa documentazione riguardante Racconigi nel periodo medioevale non permette di stabilire con precisione l'origine del luogo o la data della formazione del piccolo nucleo urbano. Un atto pubblico del 1400 assicura che Bernardino di Susa aveva fatto costruire un forte sulle mura di un altro diroccato. Questo dato ci fa supporre che già molto prima dell'anno 1000 esisteva una certa concentrazione urbana sul posto, dedicata alle attività agricole e come supporto alla postazione militare: lo confermerebbe l'esistenza della Pieve di San Dalmazzo ubicata allora a Sud-Est dell'attuale stazione ferroviaria sull'angolo delle odierne vie Dei Sospiri e Principe Oddone e attorno alla quale c'era il primo abitato. All'inizio dell'anno 1000 gli abitanti vicini alla Pieve si spostano nella zona che attualmente occupano, probabilmente a causa della convenienza di essere più vicini al nuovo forte. In quanto alla denominazione Racconigi, Giovanni Eandi sostiene che "... Da una carta del 1034 viene chiamata Racconese, ma verso il 1200 ebbe la denominazione di Racconisium". Un'altra ipotesi pretende l'esistenza di un monastero sul quale i Marchesi di Susa costruirono la loro casaforte. Finora nessun dato o documento avalla questa presunzione che crediamo fu originata dalla scoperta di una croce di ferro durante gli scavi effettuati per l'ampliamento del Castello ordinata da Carlo Alberto e che mento del Castello ordinata da Carlo Alberto 3 e che aveva tutte le caratteristiche delle croci di muro utilizzate frequentemente sulla parte superiore dei monasteri. Ipotesi che non possiamo escludere completamente, considerando che la fondazione di conventi nel Medioevo era frequente e non assicurava soltanto attività religiosa ma rappresentava un mezzo efficace per lo sviluppo, l'organizzazione e l'impiego di tecniche avanzate nell'agricoltura. Alla morte del Marchese di Susa Olderico Manfredi Il nel 1035, sua figlia Adelaide, Signora di Auriate, eredita il marchesato, e poco dopo, nell'anno 1038 muore il suo primo marito Ermanno, duca di Lamagna, il quale aveva ricevuto dall'imperatore Corrado l'investitura della marca di Torino. Dopo un secondo matrimonio con Arrigo di Monferrato morto nel 1044 circa, Adelaide sposa Oddone I, figlio del Conte Umberto Biancamano, matrimonio che anche questa volta si conclude fatalmente con il decesso di Oddone nel 1051 circa. Adelaide quindi, Marchesa di Susa e Contessa di Torino, vedova per la terza volta, si vede costretta a governare come reggente dei suoi figli. Alla sua morte nel 1091, la nipote di Adelaide, Alice, rappresentata da suo marito Bonifacio Del Vasto, riesce a farsi assegnare le terre che posteriormente furono chiamate del Marchesato di Saluzzo e Busca. Il primogenito di sette figli di Bonifacio, Manfredo, fu il primo a chiamarsi Marchese di Saluzzo. Racconigi era compresa entro i limiti del feudo e tenuta in grande considerazione per l'importanza strategica nella difesa del marchesato. All'inizio del secolo XIII, Manfredo Il fece innalzare un castello al posto della vecchia casaforte, di pianta quadrata con quattro torri agli angoli, provvisto di fossato e di una cappella. La città fu circondata da mura soltanto nella seconda metà dello stesso secolo. Nel 1323 scoppiò una cruenta guerra civile fra i membri del marchesato a causa del testamento di Manfredo IV che favoriva un figlio del secondo matrimonio anch'egli chiamato Manfredo, a discapito del primogenito del suo primo matrimonio, Federico. La guerra durò a lungo, fino al 1347 con risultati molto gravi per l'integrità del territorio; dovunque devastazione, morte e distruzione di numerosi castelli. Giovanni Eandi ci riferisce che delle duecento terre che componevano il marchesato, solo 64 restarono in possesso di Tommaso II, figlio di Federico. " ...i paesi della pianura, i più fertili ed ubertosi ne vennero distaccati e finirono poco per volta per essere uniti al dominio della Real Casa di Savoia... ", tra cui Fossano, Cavallermaggiore, Caramagna, ecc. Per il Medioevo più che per altre epoche della storia, la debolezza era sinonimo di sottomissione. Infatti, nel 1363 il Conte Verde e Giacomo di Savoia Acaia si impadronirono anche di Barge, Revello, Racconigi ed altri luoghi obbligando il Marchese di Saluzzo a rendergli omaggio. Nove anni dopo vediamo i Principi d'Acaia in possesso del Castello costruito dai Saluzzo. Il titolo d'Acaia proveniva dal matrimonio di Filippo di Savoia, figlio di Tommaso 111 detto Tommasino con Isabella di Villehardouin, legittima erede del Principato, fondato durante la IV crociata (1205-1210) da Guglielmo I di Champagne. Nel 1355 Carlo II, Re di Sicilia, dichiarò Isabella decaduta dal dominio degli Acaia. Nonostante ciò, Filippo ed i suoi discendenti continuarono ad utilizzare il titolo fino alla scomparsa di questo ramo della famiglia Savoia con Ludovico, 1'11.12.1418. Ludovico ebbe soltanto un figlio naturale da una fanciulla napoletana, chiamato anch'egli Ludovico e nato probabilmente nel 1391.
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Ciò provocò la visita di un agente fiscale, il "patrimoniale" Nicolis che, incaricato di verificare quello che era stato fatto, redasse un rapporto sottovalutando premeditatamente l'operato. « ...si dice che il Castello di Racconigi fu principalissimo in Piemonte et di molta bellezza et dilettazione habitato (dal Principe d'Acaia) il quale fu gran Signore e personaggio molto potente... e della Casa di V.A. molto amato come lo dimostrano tali doni e li grandi carrighi che esso ed altri suoi posteri ebbero da questa Ser.ma Casa; quali sempre habitarono ivi, prova chiara che di quel tempo il Castello era fabbricato superbamente e con grandezza forsi maggiore di quello che si trova hora che sia il vero e li stesso sito, li stessa pianta. A tal che questi magioramenti pretenduti non sono a pena (che) manutentione dil stato in qual era, a quali il vassallo è obbligato e non nuove fabriche necessarie, altrimenti converrebbe dir che era senza sale, senza scala et inhabitabile, secondo le pretensioni di madama...
tali fabbriche del Castello di Racony, Galleria, Trincota e Peschiera per la più parte sono state fatte da Monsr. di Raconis... il quale rendeva in esse i suoi. piaceri e dilettationi... ». Lavori di manutenzione dunque, ma non di trasformazione o ampliamento. È opportuno domandarci a questo punto se tra i marchesi di Saluzzo e l'ultimo dei Signori di Racconigi ci fu qualche modifica importante dal punto di vista architettonico, tenuto conto dei ben quattro secoli di tempo trascorso. L'inesistenza di dati al riguardo permettono supporre che le affermazioni di Nicolis sono valide per tutto il periodo segnalato. Ciò spiegherebbe le ragioni per cui il nuovo proprietario ebbe il bisogno di procedere all'ammoderna mento del Castello secondo le esigenze dei tempi. Dopo la morte di Isabella nel 1625, il duca Carlo Emanuele I, con atto del 5 giugno 16298, fece cessione di Racconigi a suo figlio cadetto Tommaso, primo principe di Savoia Carignano. La cessione era stata fatta virtualmente nove anni prima dell'atto ufficiale. Allora Tommaso aveva 24 anni e già aveva combattuto nel Monferrato. Uomo energico, abile condottiero, partecipò alla guerra per la reggenza dopo la morte di suo fratello, il duca Vittorio Amedeo I. Superata la guerra civile, Tommaso fu nominato luogotenente ad Ivrea e Biella nel 1642 e ricevette dal cardinal Mazzarino il comando delle forze francesi in Italia nella lotta contro gli Spagnoli. Il principe non rimase a lungo in Piemonte e solo di rado abitò a Racconigi. Fu Tommaso ad occuparsi per primo della necessità di rimaneggiare il castello, per cui chiese all'ing. militare Carlo Morello di preparare un progetto. Allo stesso tempo fece acquisti di terreni per ingrandire il
parco che venne recintato e furono piantati numerosi alberi di gelso ed olmi. Il progetto del Morello, databile intorno al 1649, fu disegnato rispettando la vecchia pianta medievale ed ha consentito di confermare la forma che aveva ai tempi di Bernardino Il. n progetto non fu mai eseguito completamente, dovuto probabilmente alla guerra e alla malattia del principe, seguita dal suo decesso nel 1656 ad Asti. Il vero promotore della prima trasformazione del castello fu il secondo principe di Carignano, figlio di Tommaso e di Maria di Borbone Soissons, nato a Moustier
il 28 agosto 1628. Litta sostiene che le sue imperfezioni fisiche (era sordomuto) non erano tanto esagerate come per non udire completamente o emettere alcuni suoni. Ma la sua menomazione doveva essere assai grave per indurre i genitori ad inviare il piccolo Emanuele in Spagna e metterlo incondizionatamente a disposizione di Manuel Ramirez de Carion il quale, con uno strano e terrificante metodo chiamato di Ponce, promise di guarirlo. Litta ci rivela in che consisteva il sistema rieducativi " ...il magico metodo era quello che si usa anche nell'educazione dei cani, ai quali si fanno eseguire cose meravigliose, cioè premi e ricompense, fame e bastone. Le crudeli lezioni, che altro allora non si sapeva far di meglio, produssero un felice effetto, cosicché imparò a leggere e scrivere e tutto gli riuscì alla fine di intendere a cenni e a movimenti delle labbra, fino alle cose più astruse". Per fortuna non tutti i precettori del principe impiegarono il sistema pedagogico del Carion basato sui riflessi condizionati. Il Tesauro completò l'educazione del giovane insegnandogli diverse lingue, storia, scienza ed altre materie che diedero al recettivo pupillo una cultura robusta. Dotato di grande capacità per gli affari di stato, ebbe numerosi incarichi politici e militari al servizio del duca Carlo Emanuele Il. I suoi impegni pubblici non gli impedirono di mantenere vivo un pronunciato interesse per l'architettura. Augusta Lange individuò alcuni disegni attribuiti al principe sulla strutturazione di labirinti per giardino e datati intorno al 1650. Dovevano però passare alcuni anni prima che Emanuele Filiberto si decidesse ad iniziare le opere volute da suo padre nel castello, visto che i progetti di Tommaso Borgogno e dell'architetto Emanuele Lanfranchi sono datati fra il 1670 ed il 1672. Alla fine dell'anno 1665 arrivava a Torino il monaco teatino Guarino Guarini. Proveniva da Parigi dove aveva abbandonato la direzione dei lavori per la costruzione della chiesa di Sainte Anne la Royale iniziata nel 1662. Era stato accusato di "spendere troppo" (accusa dimostratasi calunniosa) nella costruzione della chiesa. Nella biografia del Guarini tre diverse fughe articolano la sua vita drammaticamente: Da Modena, città dove nacque, dovette andar via a causa di ingiuste imputazioni nei confronti di suo fratello. Da Parigi come già abbiamo visto, e dal Piemonte nel 1677 per grave disaccordo con il Preposito del convento. A Torino egli fu favorevolmente accolto, protetto ed aiutato dal duca Carlo Emanuele II e da sua moglie Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours. Ben presto il Guarini cominciò a dimostrare il suo talento, partecipando con un nuovo progetto per la costruzione della chiesa di San Lorenzo nel 1666 e per la cappella della Santa Sindone nel 1668, eseguita quest'ultima dopo la sua morte; nel 1673 collabora anche nella nuova sistemazione urbana di Torino con il progetto di Porta di Po. Nel 1676 il principe di Carignano lo nominò insegnante del suo nipote prediletto Luigi Giulio nelle tecniche di fortificazione militare. Nello stesso anno fu pubblicato un libro del Guarini dedicato al suo alunno, intitolato "Trattato difortificazione che hora si usa in Fiandra, Francia e Italia, composto in ossequio del Ser. mo Principe Ludovico Giulio, Cavagliere di Savoia". Emanuele Filiberto non poteva quindi fare a meno, dinanzi alla versatilità del monaco matematico, teologo, architetto, di affidargli la preparazione di un progetto per la "reydificatione" del castello di Racconigi. Il risultato della felice scelta del principe lo si può oggi apprezzare nella facciata Nord, vero gioiello dell'architettura del '600, ammirevole per l'equilibrio, le proporzioni, l'eleganza. G. Guarini iniziò i lavori il 10 novembre 1676 con le demolizioni che giudicò necessarie, tra cui la parte superiore del maschio medievale dove in generale si procedeva alla esecuzione dei prigionieri alloggiati nelle carceri esistenti al pianterreno del castello. Dal maschio furono ricavate più di 270.000 mattoni riciclati dopo, nel resto della costruzione. Sfortunatamente il progetto del maestro non fu totalmente portato a compimento. Posteriormente al suo decesso nel 1683 i lavori continuarono fino al 1688 sotto la direzione di Francesco Baroncello. Tra i disegni dell'architetto (individuabili nella brillante ricerca di A. Lange) figura una scala a collo d'oca destinata all'ingresso della facciata Nord, due scale circolari per l'ingresso di mezzogiorno, ed un cortile d'onore antistante a quest'ultimo che non furono mai completati. Emanuele Filiberto sposava la principessa Maria d'Este nel 1684, ma non avendo richiesto il nulla-osta pertinente al re di Francia per il suo matrimonio, dovette andare in esilio a Bologna. Al ritorno, nel 1685, trovò il grande padiglione coperto, i pavimenti terminati e a buon punto lo stucco murale delle stanze. Alla stupenda creazione del Guarini, dobbiamo aggiungere un altro fatto di grande importanza riguardante i giardini a Nord del castello. Contemporaneamente alla preparazione del progetto del Borgogno, il principe chiese all'architetto giardiniere francese Andrè Le Nòtre di eseguire dei disegni per la sistemazione di un giardino che avrebbe occupato l'ampio spazio esistente dinanzi alla facciata Guariniana. Le Nòtre si trovava in quel momento all'apice della sua carriera. Alunno del Vouet e probabilmente dello stesso Mansart, egli ricostruì i giardini delle Tuilleries modificando quello che aveva fatto il suo stesso padre, primo giardiniere del re di Francia; nel 1661 portò a compimento il progetto per il parco di Vaux le Vicomte. Ma il capolavoro dell'architetto, senza dubbio, è il giardino del castello di Versailles, dove riesce ad imporsi come il vero creatore del giardino "à la française" con una nuova armonia che si contrappone agli elementi delle composizioni tradizionali. Nel suo disegno per Racconigi, Le Nòtre sottopone la natura a un trattamento rigoroso, simmetrico, lineare che, partendo dal castello, si estende verso l'orizzonte. I lavori furono iniziati nel 1671 e completati nel primo decennio del secolo XVIII (il giardino viene raffigurato nella famosa incisione di Bartolomeo Tasnière del 1712 che illustra un poema dell'abate Audiberti su Racconigi).
Le Nòtre non si recò mai a Racconigi malgrado avesse
fatto un viaggio in Italia nel 1677. In questo stesso periodo furono piantate grande quantità di alberi e piante nel parco, venne costruita una nuova cinta muraria, il Teatro della Commedia, il Tempio di Diana ed il Teatro fuori del parco (che ancora esistevano quando nel 1811 furono fatti dei rilievi) e si concluse la Cappella di San Giuseppe a Levante. Quando G. Guarini disegnò il suo progetto, erano passati solo tre anni dall'inizio dei lavori nel giardino e già nel suo libro "Architettura civile" datato 16-7-1310.
Nove anni dopo la morte di Emanuele Filiberto avvenuta nel 1709, suo figlio Amedeo I di Carignano si stabilì definitivamente a Parigi l°. Amedeo aveva sposato Vittoria di Savoia-Susa, figlia naturale del duca Vittorio Amedeo Il; da questo matrimonio nasce a Parigi nel 1721 Luigi Vittorio (Ludovico) IV principe di Carignano, autore della seconda trasformazione o ammodernamento del castello.
Ludovico ebbe, come padrino di battesimo, il re di Francia Luigi XV e sposò nel 1740 Cristina Enrichetta d'Assia Rheinsfeld-Rottemburg sorella della seconda moglie del duca Carlo Emanuele 111. Dopo la pace di Aquisgrana nel 1748, il principe si stabilì in Piemonte godendo della più alta stima del duca Carlo Emanuele, il quale dette a Ludovico l'appannaggio di Cavallerleone nel 1760. Due anni più tardi fu nominato gran ballo del ducato d'Aosta 11 e nel 1774 diventò capitano generale degli eserciti regi e colonnello generale degli Svizzeri e Valesiani 12. Il principe incaricò l'architetto Giovan Battista Borra di fare i progetti necessari per modificare la facciata, a mezzogiorno, lavori che furono iniziati nell'anno 1756. Il Borra era nato a San Giorgio Canavese e collaborò in gioventù con B. Vittone e posteriormente con Benedetto Alfieri nella ricostruzione del palazzo Solaro del Borgo che oggi forma parte della scenografica piazza San Carlo di Torino e autore della piccola Chiesa barocca del Sudario. Poco prima di iniziare i progetti era reduce da un viaggio in Oriente; aveva visitato in special modè Palmira (l'antica Tadmor) con l'archeologo inglese Wood. La scelta dello stile neoclassico della facciata con ogni probabilità è frutto delle aspirazioni di Ludovico, attento sempre alle tendenze architettoniche della Francia, dove era nato e vissuto. La vecchia scalinata fu sostituita per quella che oggi vediamo, monumentale, custodita da due sfingi opere di Nicholas Adam che sono state regalate al principe dal re di Francia assieme a due ritratti, uno del re stesso e l'altro di Maria Krescinska consorte di Luigi XV, opere di Michele Van Loo. Segue alla scalinata un pro tiro tetrastilo con capitelli ionici, e, sotto il timpano triangolare, l'iscrizione LUDOVICUS A SABAUDIA MDCCLVI. Anche all'interno del castello si procede ad arredare e modificare architettonicamente. La facciata Guariniana non viene alterata; soltanto Ludovico aggiunge un'iscrizione che ha l'intenzione di allacciare simbolicamente le sue opere con quelle realizzate dal nonno Emanuele Filiberto: CAROLIS EMANUELIS MAGNI NEPOS EMANUEL PHILIBERTUS EXTRUIT MDCLXXXI LUDOVICUS PRONEPOS PERFECIT MDCCLXV. I lavori furono virtualmente terminati nell'anno 1758 seguiti da alcuni interventi posteriori all'interno, riguardanti la decorazione, come poi vedremo, in alcune sale tuttora esistenti. Per quanto concerne l'ultima parte del secolo XVIII possiamo concludere accennando alla trasformazione dei giardini verso il 1778. Giuseppina di Lorena-Armagnac, vedova di Vittorio Amedeo V Principe di Carignano (figlio di Ludovico), donna intelligente e sensibile agli eventi culturali dell'epoca, decide di dare ai giardini un volto diverso. Giuseppe Casale sostiene che lo scopo della principessa era di offrire ad un certo numero di abitanti di Racconigi la possibilità di lavoro dinanzi alla grave crisi economica del momento. Infatti la crisi c'era, e non soltanto economIca. Da una parte la rivoluzione francese e la minaccia d'invasione del Piemonte e dall'altra una delicatissima situazione sociale che si protraeva da almeno un secolo.
Nel 1792 Vittorio Amedeo III ricevette una lettera anonima nella quale si supplicava il duca di liberare i contadini dallo sfruttamento smisurato che i proprietari di terra esercitavano su di loro " ...e si facesse presto perché non aspetteremo i Francesi per liberarci da questi lupi infernali di signori e di affittavoli". Possiamo quindi sospettare che Giuseppina, con un'abile mossa, risolse due problemi: allentare la tensione sociale che già si faceva sentire nel 1788 e allo stesso tempo dare a una parte dei giardini l'aspetto più moderno e riposante dello stile inglese. D'altronde i lunghi prati verdi dello stile inglese dovevano esigere senz'altro meno mano d'opera per la manutenzione che i complessi e barocchi cespugli di Le Notre. Le opere furono affidate al giardiniere Giacomo Pregliasco che preparò i progetti dei quali si conservano ancora numerosi disegni. Appartengono a questa epoca anche la costruzione della grotta del mago Merlino, il lago e l'isola dei cigni, l'eremitaggio con la ghiacciaia, il parco dei daini, due casette chiamate "del contadino", il ponte che comunicava con l'isola, il viale dei platani, il monumento al cane Werter con epitaffio plurilingue scritto dall'abate Valperga ecc. Ma non sparì completamente la creazione di Le Nòtre. Nel 1812, quando l'architetto Piacenza fece l'inventario di tutto l'esistente nel parco, il giardino alla francese e quello all'inglese ancora erano visibili. Giuseppina di Lorena morì nel 1797; nello stesso anno suo figlio Carlo Emanuele ,VI principe di Carignano, sposava Maria Cristina Albertina di Sassonia Curlandia. Nell'anno seguente nasceva da questo matrimonio Carlo Alberto, VII principe di Carignano. Epoca estremamente inquietante e convulsa in Piemonte. I "giacobini" agitavano le acque sotto la protezione degli agenti francesi. Nel gennaio del 1797 fu organizzato un attentato contro la vita del re Carlo Emanuele IV che non riuscì, e nel luglio un'altra congiura .che aveva l'intenzione di uccidere il re sul viale di Stupinigi, anche questa volta senza successo. Durante i mesi estivi i raccolti mancati provocarono carestia e miseria aggravando la situazione; fatto che veniva abilmente strumentalizzato 'dalla propaganda rivoluzionaria. Racconigi non uscì immune da queste circostanze. La narrazione di Casimiro Turletti che allora era "ricevutore dei regi diritti e banchiere dei sali diprelazione" ci dà un 'idea chiara del drammatico episodio 14: " ...il 20 luglio 1797, giorno di mercato a Racconigi... comparirono al mattino sul mercato delle granaglie molti filatoristi e molte persone facinorose i quali sul principio pretesero tassar il grano L. 4 caduti emina ed il resto in proporzione. Il numero degli accorrenti andava crescendo e sempre più minacciava ond'è che i venditori dovettero cedere e darlo al prezzo desiderato. Alcuni compratori lo pagarono, ma la maggior parte lo predò violentemente, e in poco tempo vennero depredate tutte le granaglie che trovavansi sul pubblico mercato. Si portarono in seguito i rapaci rivoluzionari sulla pubblica piazza ove... rapirono violentemente tutto ciò che cadeva loro in acconcio". Questa "spesa proletaria" fu seguita da altri atti di violenza contro persone, alcune uccise, assalto alle case, depredazione, requisizioni di danaro e armi. Come dice Turletti, Racconigi restò "... diviso in due partiti, uno di assassini, l'altro di assassinati o d'assassinandi", fino alla metà d'agosto, quando il marchese di Ceva con le sue truppe "restituì l'ordine" nella cittadina impiccando una quindicina di persone. Però 1'8 dicembre 1798 il generale Joubert impose al re la rinuncia al regno ed il suo esilio in Sardegna. Il giorno seguente, dopo la partenza di Carlo Emanuele IV per Firenze, il Palazzo Reale di Torino fu saccheggiato. A Racconigi le cose non furono diverse;.la confisca dei beni dei principi di Carignano in Piemonte comportò l'occupazione del castello e la chiusura di tutti i conventi. Nel 1802 abdicò Carlo Emanuele in favore del fratello Vittorio Emanuele I che ritornò a Torino solo dopo il crollo dell'impero nel 1814. A maggio dello stesso anno arrivò anche a Torino Carlo Alberto e a dicembre si discuteva a Vienna il problema della successione al trono di Casa Savoia. Vittorio Emanuele I aveva perso l'unico figlio maschio in Sardegna nel 1797 e l'ultimo fratello del re, Carlo Felice, non aveva figli. Secondo la legge di famiglia imposta da Amedeo V nel 1307 la successione doveva cadere sul ramo laterale di Savoia-Carignano, rappresentati da Carlo Alberto. Dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele I, suo fratello Carlo Felice regnò fino alla morte nel 1831, ponendo fine al folto albero genealogico della branca di Bresse. Pochi anni dopo essere salito al trono, Carlo Alberto prese la decisione di ampliare il Castello (allora
diventato Villa Reale); già nel 1825 aveva acquistato varie case nel quartiere di S. Giovanni che fece abbattere per costruire una nuova cinta ed il cancello chiamato di San Giovanni, creando un nuovo ingresso laterale di fronte alla strada che conduce a Caramagna. Nel 1832 comprò altre case a mezzogiorno che fece demolire per far luogo alla sistemazione della piazza Carlo Alberto. Gli acquisti proseguirono fino al 184? per ingrandire il parco verso la zona di nord-est, a levante ed a ponente. L'architetto Emesto Melano, ingegnere capo dell'Ufficio d'arte della Casa Reale, il quale aveva diretto i lavori di restauro dell' Abbazia di Alta-Comba voluti dal re Carlo Felice nel 1824, viene incaricato della preparazione di un progetto per l'ingrandimento del Castello. Alla fine dell'anno
1832 era stato invitato a recarsi a Racconigi per ordine del re anche l'architetto Pelagio Palagi, per fare un sopralluogo e "suggerire le opportune opere da eseguirsi per ampliare e migliorare i comodi ed in pari luogo indicare gli abbellimenti e decorazione da eseguirsi". L'arrivo dell'architetto bolognese a Racconigi (il quale rimase nel Piemonte fino alla sua morte) ebbe notevole importanza nello sviluppo della costruzione e dell'arredamento. Come potrà constatare il visitatore successivamente, pochi sono gli ambienti dove egli non abbia lasciato la sua impronta: pavimenti, soffitti, muri, camini, mobili ecc. costituiscono una sorprendente dimostrazione della versatilità e del talento del Palagi. A nostro avviso il Castello di Racconigi rappresenta il paradigma più completo che ci rimane come testimonio delle sue inesauribili capacità. Nella sua autobiografia dice di essere nato a Bologna nel 1777 e aiutato dal mecenate Conte Aldovrandi inizia ben giovane "con calore a studiare l'architettura, la prospettiva ed il disegno di figure... ", punto di partenza per una lunga carriera che risulterebbe impossibile descrivere pur sinteticamente nelle poche pagine di questa guida. Le opere del Palagi sono state numerose: ritratti a temi storici dipinti su tela, disegni per la costruzione di monumenti e sculture, affreschi, ornamenti e decorazioni di molti palazzi nobili a Bologna, Roma, Milano e Genova. Le sue opere vengono accolte ed esposte quasi annualmente a Brera tra il 1818 e 1830; membro dell'Accademia di San Luca a Roma, eletto poi "Accademico" dell' Accademia etrusca di Cortona, "socio sedente" della I.R. Accademia di Belle Arti di Milano e anche dell' Accademia di B.A. di Carrara; "Socio Onorario" di quelle di pittura e scultura di Verona; "Accademico" della Reale Accademia di Torino, "Socio d'Onore" dell' Ateneo di Brescia ecc., tutte menzioni e cariche che dicono del prestigio di cui godeva il maestro al momento di essere chiamato a Racconigi dal re e che spiega le ragioni per cui è stato richiesto. Il 24 gennaio del 1833 quindi gli viene affidata la totale direzione dei lavori e contemporaneamente anche quella del Palazzo Reale di Torino e del Castello di Pollenzo, fatto che provoca
stupore riguardo all'entità degli impegni presi, e ancor più stupore se si tiene conto che, nel decennio in cui durarono le opere, accettò altre commissioni come il progetto per il monumento sepolcrale della famiglia Zumalli a Torino, la direzione della Scuola d'Ornato nella Reale Accademia di Belle Arti e partecipò ai lavori di rinnovamento del Teatro Regio di Torino, ecc. Nel 1834 Ernesto Melano inizia la costruzione della parte di ponente secondo i suoi piani: due torri, una ad Est e un'altra ad Ovest della facciata di mezzogiorno collegate alle torri centrali da due padiglioni bassi. Altri due padiglioni partivano dalle nuove torri, raggiungendo quelle della facciata del Guarini, facendo un giro di 90 gradi, ricavandone due cortili interni. Il Melano si vide costretto a seguire lo stile neoclassico dell'architetto
Borra per dare unità stilistica almeno almeno alla parte meridionale; soltanto si permise la libertà di utilizzare pietra grigia per le lesene delle torri sulle quali colloca capitelli corinzi invece degli ionici del Borra e dà più distanza agli spazi che separano le finestre. Anche al Melano appartiene il disegno della lunga cancellata di accesso principale che, assieme ai fabbricati laterali destinati al servizio di guardia, rinchiudono l'ampio piazzale antistante. Intanto P. Palagi procedeva ai lavori d'arredamento all'interno del Castello, seguito da una nutrita "équipe" di artisti ed artigiani tra cui alcuni discepoli della sua Accademia privata di Milano: Carlo Bellosio, Vitale Sala, Angelo Moja e Carlo Sada. La costruzione fu terminata nel 1842, ma il Castello era già abitabile nel 1839.
Anche i giardini furon oggetto dell'attenzione del re, che diede l'incarico di progettare la trasformazione degli stessi a Saverio Kurten nel 1820, nominandolo direttore. I cambiamenti ideati dal Kurten si rivelarono troppo radicali; abbattè numerosissimi alberi centenari, olmi, roveri, faggi, castagni ecc., che formavano parte dei viali creati dal Pregliasco. Le vestigia del giardino di Le Nòtre sparirono completamente e pure alcune costruzioni ordinate da Giuseppina di Lorena. Appartengono a quest'epoca il monumento al Trocadero che Maria Teresa, consorte di Carlo Alberto, fece costruire all'architetto Ferdinando Bonsignore per commemorare i successi militari del re in Spagna, e l'edicola dell'isola del Tempio disegnata da P. Palagi. Nel 1834 s'inizia anche la costruzione della cascina gotica all'estremità Nord-Ovest del parco e le serre. Come già abbiamo accennato nella prefazione, tanto le Margherie come il parco ed un settore assai vasto del Castello, saranno trattati in un altro volume, per cui ci limiteremo soltanto a fare una descrizione generale. Parallelamente all'ampliamento del Castello e del parco si fece evidente la necessità di costruire un edificio destinato a dare alloggio ad un settore del personale impiegato nella Villa Reale: guardie di caccia, addetti alla mungitura delle mucche toscane e svizzere delle cascine, addetti alla produzione di formaggi, capo giardiniere, ecc.; assieme ad un fienile, le stalle e le scuderie. P. Palagi disegnò il progetto dando alla struttura lo stile neogotico-romantico, aggiungendo alle dipendenze sopra menzionate una Cappella, e preparando la torre destra come "Reposoir" della regina. La bellissima facciata, costruita con diversi materiali (mattoni levigati, pietre di malanaggio, marmo e pietra arenaria) ha tre ingressi e due torri ottogonali ai fianchi. Sulla porta principale G. Gaggini scolpì una statua della SS. Vergine lmmacolata. A levante e ponente della parte posteriore della facciata due corpi protesi verso Nord: quello di sinistra aveva allora la funzione di alloggio e nel padiglione di destra il Reposoir, la Cappella, la sagrestia e l'alloggio del cappellano. Per l'arredamento il Palagi selezionò un gruppo di artisti che già si trovavano attivi nel castello. Nel Reposoir, composto di un'anticamera e la camera principale, lavorarono Cinati e Trifoglio, Gaggini, Capello, Gonin, Bagatti Vasetti, Colla. Nel vetro dipinto di una finestra a destra del camino si vede il ritratto dell'architetto Palagi La cappella, ad una navata, dedicata al beato Alberto, contiene importanti dipinti di Francesco Gonin. Il soffitto diviso in otto settori con gli evangelisti ed i dottori della Chiesa; anche dello stesso artista il transito del beato Alberto. L'ebanista Gabrielè Capello fece i banchi ed il confessionale; le sculture sono del Gaggini, Bussi e Bogliani; i dell'artista Diego Marialoni gli ornati e le cornici; i " bronzi dorati del Bagatti Valsetti e del Bertini, su disegno di Carlo Bellosio. t Al fondo della cascina gotica si trova la serra costruita da Carlo Sada, alunno del Palagi, come già abbiamo, detto. È l'unico caso in cui l'architetto declina la totale responsabilità di un progetto e direzione ad un altro artista; fatto sorprendente in quanto sembra che il Palagi svolgeva la sua attività in forma molto autoritaria centralizzando su di sè tutto il potere decisionale, non trascurando il minimo particolare. A volte (come vedremo nella sala del caffè) anche partecipando direttamente, senza lasciar molto spazio allo sviluppo di nuove idee; anche i lavori e i progetti del Melano venivano sottoposti al suo giudizio. La serra, anche in stile neo gotico, aveva un'importante funzione: non soltanto l'immagazzinaggio di piante sensibili alle basse temperature invernali come gli agrumi, ma essendo equipaggiata da un sistema di riscaldaldamento a termosifone, invenzione di un tecnico inglese chiamato Tylor 18, di mantenet;e la temperatura a livelli adeguati per consentire la crescita di certe piante e fiori tropicali, americane, africane ed asiatiche (palme, banani, ananas, orchidee ecc.). I muri posteriori ed il soffitto erano coperti con una folta edera rampicante. Per la sua ricchezza e varietà questa serra fu considerata una delle più ammirevoli d'Europa. Dopo la battaglia di Novara, avversa alla fortuna degli eserciti del re di Sardegna, Carlo Alberto abdicò e partì per l'esilio il 4 aprile 1849. Tre mesi dopo moriva nella Villa Entre Quintas di Gporto. Si concludeva così la vita del membro della famiglia Savoia che (per citare un luogo comune) più amò Racconigi: amore reso si evidente dagli importantissimi acquisti di terra fatti e quelli che aveva intenzione di fare, dalla costruzione del Municipio, la piazza, il Santuario votivo di Nostra Signora delle Grazie e soprattutto, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, dalla profonda trasformazione del Castello. Carlo Alberto aveva l'abitudine di passare come minimo due mesi all'anno a Racconigi, specialmente durante il periodo estivo, alternando la pesca della quale era appassionato, con la visita dei Ministri e dei Funzionari più importanti che venivano da Torino. Il Castello fu scelto come la sede più propizia per festeggiare le nozze di Vittorio Emanuele II con l'arciduchessa Maria Adelaide di Asburgo-Lorena, celebrate a Stupinigi il 12.4.1842. In quel giorno caldo del 1842, il parco diventò uno scenario multiplo: perpendicolarmente alla facciata Nord, una doppia e lunga fila di un centinaio di tende tracciavano la corsia dove cavalli e cavalieri concorrevano in velocità; vicino alla torre di levante, fu preparato un recinto per la giostra a cavallo, torneo di dame e cavalieri diretto da Ferdinando duca di Genova; vicino al ponte del lago, regate, esercizi di nuoto, e più tardi, al tramonto, fuochi d'artificio. Dinanzi alla cascina gotica fu disposto un albero come bersaglio per tiro all'arco, il gioco dell'anello a cavallo, l'altalena e più a Sud il teatro campestre dove la compagnia drammatica Conti, rappresentò "La Vedova Scaltra" di Goldoni. Il banchetto fu servito nell'isola del tempio sotto una grande tenda e per consentire il passaggio degli invitati, fu costruito un ponte provvisorio.
Il festeggiamento per le nozze di Vittorio Emanuele Il fu in certo qual modo l'ultimo evento sociale importante del secolo XIX svolto si nel castello. Successivamente la dimora estiva viene visitata dai Principi meno frequentemente, soprattutto per la lontananza dei reali da Torino dovuta al trasferimento della capitale dopo l'Unità d'Italia. Comunque le celebrazioni continuarono a farsi, ma extra mura, dagli abitanti di Racconigi e crediamo sia interessante trascrivere un paragrafo 21 di un articolo pubblicato nel 1893 in occasione delle nozze d'argento di Umberto I e Margherita. " ...L'illuminazione della piazza Carlo Alberto di fronte al Castello riuscì imponente, artistica, splendida; i variati lampioncini, i brillanti cristalli, i fregi ed i globi a gas, di ottimo effetto, davano alla piazza un aspetto orientale, magico, attraente, seguito di fiaccolate
(spettacolo nuovo per questa città) e... lancio di centinaia di palloncini di variati colori e di belle forme..." mentre le
bande di Racconigi e Caramagna suonavano a turno, si ballava, e si raccoglievano fondi per dare dote ad una zitella povera (200 lire). Nel mese di agosto del 1893 Umberto I si recò per due giorni a Racconigi accompagnato dal Principe di Napoli. Era la prima volta che Vittorio Emanuele III visitava il castello: aveva 24 anni e l'impressione che ebbe della Villa Reale e del luogo dovette essere molto favorevole, malgrado la grande calura estiva (Paolo Paolucci in un suo diario segreto ci racconta che il re Umberto restava delle ore in camicia e senza mutande a causa del caldo) perché dopo la morte di Umberto nel 1900, Racconigi pare riprendere vitalità per le iniziative della nuova coppia reale di frequentarlo quasi ogni anno. Infatti nel luglio del 1901 soggiornano con la piccola neonata Jolanda ed anche nel luglio del 1902, prima di partire per Berlino. Nel 1903 il re era nel Castello per la presentazione dell'ultimo modello di automobile Fiat, e nel 1904 ivi nasce il principe di Piemonte Umberto Il. Naturalmente l'uso più frequente del Castello come residenza estiva comportava anche l'esecuzione di alcuni cambiamenti, incorporando al vetusto edificio gli ultimi concepimenti tecnici del momento, come ad esempio l'elettricità; una dinamo piazzata nelle cantine era capace di alimentare non soltanto il nuovo impianto del palazzo, ma anche i lampioni che illuminavano il muro di cinta ed i riflettori del lago. Con la nuova energia era anche possibile installare ascensori e poi usare radio e giradischi. All'inizio del secolo, a levante delle Margherie, viene disposto un campo da tennis e le scuderie sono demolite; nel 1901 Vittorio Emanuele III ricevette la prima autovettura che sostituì le carrozze, cambiando le modalità di spostamento dentro e fuori del Castello; sono state installate anche nuove pompe per la fornitura di acqua potabile ad ogni piano, un laboratorio fotografico ad uso esclusivo del re e della regina Elena (esperienza che avevano cominciato nel 1896) 24 e si realizzano lavori di restauro in alcune stanze del primo e secondo piano nobile (sala di Eolo, prima stanza degli appartamenti cinesi, camera da letto della regina ecc.). Nel 1909 le condizioni del Castello erano tali da essere considerate all'altezza di ricevere ed alloggiare lo zar di Russia Nicola Il. Durante gli anni della prima Guerra Mondiale, con la partenza di Vittorio Emanuele per il fronte e gli impegni della regina a Roma, le opportunità di sostare a Racconigi furono scarse. Nel 1918 i genitori di Elena, Nicola Petrovich Nìegosh e la regina Milena sono stati ospiti nel Castello; erano momenti drammatici per i reali del piccolo paese balcanico. A novembre dello stesso anno si teneva in Montenegro il primo pronunciamento popolare che, seguito del secondo del 1920, si decideva l'unione del Paese alla Jugoslavia e la fine della monarchia di Crna Gora. Nel 1925 la principessa Mafalda sposava il principe Filippo d'Assia, figlio della langravio Federico Carlo e di Margherita Hohenzollern, sorella e dell'ultimo Kaiser prussiano e nipote della regina Vittoria d'Inghilterra. L'unione quindi aveva una grande importanza politica per il regno e si pensò in un primo momento di celebrare lo sposalizio nel Quirinale. ma l'età e lo stato di salute della regina madre Margherita che le impediva di viaggiare (viveva allora a Stupinigi) fu la causa che determinò la decisione di fare le nozze a Racconigi. Lo sposalizio di Mafalda, morta tragicamente nel campo di sterminio di Buchenwald, rappresentò l'ultimo atto di grande solennità per il Castello. Non ci fu il fasto e la dinamica ludica delle celebrazioni per le nozze di Vittorio Emanuele Il che già abbiamo descritto nelle pagine precedenti, ma erano altri tempi. L'unico fatto curioso fu la scelta del posto per fare il pranzo: la Serra, preparata in special modo per questa occasione con 20 tavole per 8 persone (160 erano i partecipanti). Cinque anni dopo, Umberto Il sposava la Principessa Maria Josè del Belgio e per questa occasione Vittorio Emanuele diede in omaggio il Castello a suo figlio. Umberto Il visitò per l'ultima volta Racconigi nel 1946. Dopo il referendum e di conseguenza l'esilio degli eredi della famiglia Savoia iniziarono causa allo Stato italiano per riavere la proprietà, con esito favorevole. Ma nel 1980 il Ministero per i Beni Culturali esercitò il diritto di prelazione previsto dall' art. 31 della Legge n. 1089 del 10 giugno 1939, dinanzi alla decisione degli eredi di effettuare il passaggio di proprietà a un privato. A partire dal 1980 i veri protagonisti della storia del Castello di Racconigi diventano i funzionari preposti al conseguimento di fondi necessari per procedere alla manutenzione, alla restaurazione, alla lotta contro l'umidità dilagante, i tarli, i topi, il depauperamento e alla ricerca per approfondire la conoscenza della diversificata materia che compone il monumento.
Materiale: tratto dal libro "Guida al castello di Racconigi" - Gribaudo editore